Ti senti mai bloccata/o?
Vivi in uno stato di allerta anche quando non sembra esserci un pericolo reale?
Ti senti invisibile, poco vista/o o poco importante nelle relazioni?
Ti capita di essere spesso arrabbiata/o o irritabile, senza riuscire a capirne davvero il motivo?
Ti giudichi continuamente?
Fai fatica a dire di no, a mettere confini, e finisci per compiacere gli altri anche quando questo ti pesa?
Non sai davvero cosa ti piace, cosa vuoi, e tendi ad adattarti alle aspettative altrui?
Queste sono solo alcune delle difficoltà che incontro frequentemente nel mio lavoro clinico.
Sono adattamenti. Modalità con cui abbiamo cercato di proteggerci e di restare in relazione.
Possono nascondere quelle che mi piace chiamare ferite dell’anima: traumi relazionali o emotivi.
Il trauma non è solo ciò che accade.
Quando si parla di trauma, si pensa spesso a eventi improvvisi e drammatici: incidenti, lutti, aggressioni, catastrofi.
Questi sono i cosiddetti traumi da shock: esperienze intense e circoscritte nel tempo, che sovrastano il sistema nervoso e lasciano un’impronta profonda nel corpo e nella memoria.
Dopo un trauma da shock, la persona può continuare a sentirsi in pericolo anche quando il pericolo non c’è più.
Il corpo reagisce come se l’evento stesse accadendo ora, attraverso ansia, iperattivazione, congelamento o sintomi fisici.
Ma esiste un altro tipo di trauma, meno riconosciuto: il trauma relazionale ed emotivo.
I traumi relazionali ed emotivi.
Il trauma relazionale ed emotivo nasce da esperienze ripetute nel tempo all’interno delle relazioni significative, spesso quelle più precoci.
Non parliamo necessariamente di violenza o abusi evidenti.
Parliamo di esperienze come:
- non sentirsi visti per ciò che si è
- non sentirsi ascoltati o presi sul serio nelle proprie emozioni
- imparare che alcune emozioni sono pericolose, sbagliate o “di troppo”
- comprendere molto presto che, per restare in relazione, è necessario adattarsi, controllarsi, compiacere
Il bambino, e poi l’adulto, non pensa:
“questa relazione mi fa soffrire”.
Il sistema nervoso fa qualcosa di molto più semplice e profondo: si organizza per non perdere il legame, perché per un bambino la relazione è anche una questione di sopravvivenza.
Se esprimermi crea distanza, smetto di esprimermi.
Se dire di no mette a rischio la relazione, imparo a dire sempre sì.
Se mostrarmi per come sono non è sicuro, imparo a nascondermi.
Con il tempo queste strategie diventano automatiche.
All’inizio sono state modi intelligenti di adattarsi, ma crescendo possono trasformarsi in schemi che limitano la libertà di essere se stessi nelle relazioni.
Molto spesso non consideriamo queste esperienze come “traumi”.
Spesso le percepiamo semplicemente come il nostro modo di essere, il nostro carattere.
In realtà possono essere ferite relazionali profonde che, nel tempo, si manifestano in diversi modi.
Ad esempio:
- difficoltà a riconoscere e sentire i propri bisogni
- fatica a mettere confini nelle relazioni
- vivere in uno stato di allerta costante
- difficoltà a gestire la rabbia
- senso di vuoto, invisibilità o disconnessione da sé
Riconoscere queste dinamiche non significa cercare colpe nel passato.
Significa iniziare a comprendere la propria storia con più chiarezza e compassione, aprendo la possibilità di costruire modi nuovi e più sicuri di stare in relazione con sé stessi e con gli altri.
Uno sguardo trauma-informed
Nel mio lavoro come psicoterapeuta parto sempre da questo presupposto:
le reazioni che oggi ci fanno stare male o che fatichiamo a comprendere non sono nate per caso.
In molti momenti della nostra vita hanno avuto una funzione importante.
Sono stati modi con cui il nostro sistema nervoso ha cercato di proteggerci, di adattarsi, di farci andare avanti anche in situazioni difficili.
Per questo la terapia non ha l’obiettivo di eliminare parti di noi o di “aggiustarci”.
Piuttosto è un processo di riconoscimento, comprensione e integrazione.
Quando riusciamo a guardare queste parti con più consapevolezza e gentilezza, qualcosa cambia.
Il sistema nervoso può sperimentare maggiore sicurezza e ciò che un tempo era una risposta automatica di adattamento può trasformarsi, poco alla volta, in una scelta più libera e consapevole.
Come ci lavoro in Psicoterapia
Nel lavoro con i traumi da shock e con i traumi relazionali utilizzo approcci specifici e supportati dalla ricerca.
Tra questi l’EMDR, particolarmente efficace nell’elaborazione delle memorie traumatiche, e il NARM, un modello che lavora in modo profondo e rispettoso sui traumi relazionali e dello sviluppo, aiutando la persona a ritrovare contatto con se stessa e con le proprie risorse.
Nei prossimi due articoli approfondirò questi approcci e il modo in cui possono aiutare il sistema nervoso a ritrovare regolazione, continuità e un senso di sé più stabile.
Se senti che alcune difficoltà continuano a ripresentarsi, anche se stai facendo del tuo meglio per affrontarle, potrebbe essere un segnale importante del tuo sistema: forse è il momento di prenderti cura di te con più sostegno.
Se lo desideri, puoi contattarmi.
Sarò felice di ascoltarti e capire insieme se sono la professionista giusta per aiutarti.